DELLA PRASSI INTERPRETATIVA

In relazione agli attuali risvolti bellici, al di là da una trappola indotta dal politicamente corretto, ho provato a individuare quelle che potrebbero essere delle “traiettorie ucraìne”, ma ho anche potuto constatare che a non reggere è anzitutto una prassi connessa ad alcuni nodi essenziali: se devo esprimere un giudizio, sia ben chiaro che a questo giudizio alla meglio si preferirebbe sacrificarsi per il bene reale delle comunità umane - e come individuazione e riscontro di una realtà effettiva - e non tanto per una forma ideologica d’apparato, quand'anche nostalgica o in linea coi tempi.

Per render meglio l’idea di cosa sia questo tipo di giudizio o opinione, prendasi come esempio un avvicendamento fra due politici o imprenditori: si analizza nel complesso la vicenda, si preferisce quindi il vecchio al nuovo, si prospetta per il nuovo un nero orizzonte (perché in effetti è per il vecchio che si parteggia) e quando il nuovo sorprendentemente si dimostra più all'altezza, si attende al limite qualche sua brusca frenata o difetto di percorso, per tornare in voga con giudizi e confronti, fino al non negargli la sua novità, per quanto sul valore di tale gesto se ne abbia voluto far valere, in fondo, la propria analisi e prospettiva, e a vantaggio del suo antecedente.

Così più o meno anche per la vicenda russo/ucraìna: si accusa in sé un principio di schieramento, e ciò perché si individua nella Russia una traditrice della causa europea, che dunque sarebbe quella per cui non ci si dovrebbe schierare, nonostante poi, e d'altra parte, si usi essere solidali con il paese “aggredito”, l'Ucraìna, e per presunte contiguità d'ambiente.

Di qui si individua la Russia come collusa con il proprio occulto nemico, scatenante il conflitto, ovvero gli USA o la NATO, il che sarebbe quindi fonte ulteriore di crisi europea.

Questa forma di vittimismo, se si vuole, che a prescindere, e comunque, può contenere in sé dei risvolti concreti (ulteriore sudditanza atlantica attraverso l'aumento dei costi energetici ecc.) presupporrebbe quanto meno un quesito: chi predilige anti-comunismo a comunismo (del comunismo anche solo come atteggiamento strumentale nelle sue componenti estreme o moderate) chi predilige l’umano all'anti-umano, il reale autentico al virtuale, l’umana superiorità - unica possibile - a quella robotico-artificiale, la tradizione alla sovversione, l’organicità alla fluidità squalificante (come finalità) la luminosità del non errore (o umano errore superato) all'abominio sistematico dell’aborto e rituali a esso collegati, può forse ignorare la cospirante scintilla che da non pochi anni alcuni circuiti contro-iniziatici innescavano al confine russo-orientale?

Proprio per un tipo di fedeltà all'ideale originario tradizionale, e nei valori di cui sopra, il motivo scatenante di questa guerra, della specificità delle forze in campo, dovrebbe quanto meno prescindere dall'indiretta strategica conseguenza di aver recato danni materiali all'Europa, o quanto meno dovrebbe sussistere, in merito, di una differente interpretazione.

La destra italiana oggi, non è tanto filo-atlantica come fino a ieri poteva considerarsi: cambiati gli scenari, nei termini di cui sopra risulterebbe come un cane che si morde la coda.

L'attenuante a tutto ciò?

Il potersi trovare sotto assedio nel pensare a una manovra o alleanza di altro tipo - e nonostante un multilateralismo pressoché presente in ogni campo - data la fragile tenuta complessiva della propria classe politica, che dovrebbe inevitabilmente imporsi una temporanea strategia persuasiva.

Meglio invece sarebbe uno sfrontato o spregiudicato coraggio, e quando, a confronto, consapevoli della propria forza e potenzialità?

A ognuno la sua, di forza-potenzialità, così come anche nessuna, se il caso lo richiedesse.

Si può ancora sperare di viverla decentemente, poiché ciò da parte di quei circuiti contro-iniziatici sarà il metodo più proficuo affinché il veleno lo si possa servire completamente: dopodiché dallo stesso veleno se ne dovrebbe ricavare l’antidoto, la guarigione, non sarebbe male se di tutto ciò se ne potessero accelerare i tempi, è una non facile questione di più complessiva consapevolezza, che sarebbe anche il vero leitmotiv di qualsivoglia rivoluzione.